Home » Magazine » ambiente » Formazione e innovazione la ricetta giusta per Monte

Formazione e innovazione la ricetta giusta per Monte

Pubblichiamo l’intervento del prof. Giuliano Volpe sulle potenzialità del nostro territorio
Monte Sacro - Foto di Francesco Prencipe

Monte Sacro – Foto di Francesco Prencipe

Negli ultimi giorni questo giornale ha nuovamente richiamato l’attenzione su Monte Sant’Angelo, valutando molto positivamente il grande afflusso registrato in occasione dell’ultima festa patronale in onore dell’Arcangelo e stabilendo un confronto con la situazione non particolarmente felice di San Giovanni Rotondo. Il direttore ha sollecitato anche una mia opinione, accanto a quella di altri. Non mi sottraggo, anche per il forte interesse culturale e scientifico che da anni nutro nei confronti della città garganica.

Non intendo mettere in concorrenza San Pio e San Michele, né stabilire un confronto tra due città vicine e pure così diverse, né sviluppare un’analisi del fenomeno del cd. turismo religioso. Mi limito solo a dichiarare che non mi meraviglia il maggiore successo che Monte Sant’Angelo va registrando, semplicemente perché sono convinto che si tratti di una realtà più complessa e completa, più autentica, più ricca di storia, meno colpita dai processi di malintesa ‘modernizzazione’ e dalla rincorsa a facili sviluppi turistici. Sono anche convinto che le sue potenzialità siano ancora ampiamente inespresse, a patto che si comprenda la reale natura culturale del centro garganico e che si mettano in campo progetti coerenti, diversamente da quanto si è fatto o si è rischiato di fare nel passato nella stessa città garganica e da quanto si è fatto altrove, con i risultati fallimentari che sono sotto gli occhi di tutti.

Monte Sant’Angelo ha un patrimonio culturale di straordinaria importanza, costituito innanzitutto dal santuario micaelico, con la sua complessa stratificazione dall’età tardoantica ad oggi, con le sue varie fasi architettoniche, le sculture, le pitture, le iscrizioni e con molte altre tracce del culto e del millenario fenomeno del pellegrinaggio e della devozione popolare (alla stragrande maggioranza dei visitatori ancora oggi assai poco noto e certamente ancora poco fruibile nella sua complessità), ma anche dal castello, dalle tante altre chiese, dai monasteri e conventi, dal centro storico di origine medievale ancora abbastanza ben conservato nonostante alcune ferite del passato e la persistenza di alcune brutture (dall’anticorodal alle antenne paraboliche, dai climatizzatori all’uso di materiali improbabili e a tanti altri detrattori tipici dei nostri centri storici). A questo si aggiungano un paesaggio circostante unico, selvaggio e affascinante, un insieme di siti di interesse culturale diffusi (basti pensare agli eremi di Pulsano), le grotte, gli anfratti, i boschi, le vedute mozzafiato (pur sfregiate dalla ingombrate presenza sulla costa dei resti di politiche industriali dissennate). Certo le periferie sono anche qui brutte e anonime come dappertutto, ma il cuore cittadino e il paesaggio circostante hanno conservato fortunatamente, anche grazie ad una provvidenziale perifericità, una loro identità da salvaguardare. Le prescrizioni imposte dall’Unesco sono a tal riguardo una garanzia, ma mi auguro che autonomamente i cittadini, le associazioni, i professionisti e gli imprenditori, l’amministrazione montanara sappiano adottare misure che valorizzino sempre più il patrimonio culturale e paesaggistico, mettendo fine al consumo di territorio, all’espansione edilizia incontrollata e al cemento, puntando sul recupero, sulla riqualificazione, sul riuso colto dell’esistente.

L’attività meritoria che da anni svolge Lega Ambiente, con Festa Ambiente Sud (sia nella versione estiva che in quella invernale) e tante altre valide iniziative, insieme alle iniziative di altre associazioni culturali e alla progressiva affermazione di una ristorazione di alto profilo gastronomico, che sa coniugare la tradizione con l’innovazione, dimostrano che quando si punta sulla qualità e sulla cultura i risultati positivi non mancano.

Bisognerebbe saper conservare anche alcune peculiarità di questa località impervia, non facilmente raggiungibile, da sempre legata al pellegrinaggio che, è bene ricordarlo, è un percorso di fede (per i credenti) e più in generale di spiritualità, di raccoglimento, di riflessione. Si farebbe un errore madornale, quindi, se si pensasse di ‘facilitare’ l’accesso, con superstrade, filovie o altri sistemi. La montagna va raggiunta anche con un po’ di fatica, evitando gli eccessi di accessibilità tipici di certo becero turismo di massa che consuma i luoghi nei quali si svolge. Monte Sant’Angelo e il territorio garganico rappresentano realtà delicate, fragili, richiedono cura e rispetto. Non vorrei essere frainteso: non penso a forme elitarie di turismo. Al contrario si tratta di recuperare le forme popolari e più genuine degli itinerari che portano alla montagna sacra. Mi auguro, pertanto, che si sviluppino e si attrezzino sempre di più i percorsi da compiere a piedi, come hanno fatto per secoli pellegrini e pastori (ricordo che le feste legate all’Arcangelo si svolgono non a caso a maggio e a settembre, in connessione con i ritmi della transumanza).  Percorsi che nel mondo attirano gruppi sempre più vasti di persone, pellegrini o semplici turisti amanti della natura, del silenzio, della cultura, della semplicità. Progetti in tal senso, come quello della via Francigena, sono da anni allo studio e c’è da augurarsi che possano essere presto realizzati pienamente.

C’è una ulteriore chance per Monte Sant’Angelo, finora non ancora pienamente colta. Non solo la ricchezza del patrimonio storico e culturale, ma anche la sua peculiarità rappresentata dall’isolamento fanno della città garganica un luogo ideale per svolgere attività scientifica seminariale e di alta formazione. È attivo da molti anni il Centro di studi micaelici e garganici dell’Università di Bari, nato da una delle felici intuizioni di Giorgio Otranto, uno studioso del cristianesimo antico che al culto micaelico dedica studi da una vita, facendosi promotore di numerosi convegni, seminari, pubblicazioni. La sede del Centro, nel bel complesso delle Clarisse, è dotata anche di una biblioteca specializzata. Annualmente si tengono le Settimane di studi romano-barbarici, che richiamano studiosi e allievi di varie parti d’Italia e d’Europa su aspetti della Tarda Antichità e dell’Alto Medioevo. Io stesso alcuni anni fa ho organizzato un convegno internazionale, con l’Association pour l’Antiquité Tarvive, e ho potuto verificare il piacere manifestato dai partecipanti nel conoscere la città, il santuario e i vari monumenti, il cibo di qualità, l’aria pulita, l’isolamento ideale per lo studio.

Sono convinto che questa vocazione scientifica e formativa possa esprimersi molto di più (forse anche con un più fattivo impegno dell’Università di Foggia), sviluppando occasioni di alta formazione, come Summer school, master, corsi di perfezionamento e, possibilmente, anche corsi di Dottorato di Ricerca. Chi scrive ha vissuto molti anni fa un’esperienza formativa di alto livello frequentando come allievo un Dottorato di Ricerca in storia a San Marino (località ugualmente isolata, ma architettonicamente e urbanisticamente assai meno ‘autentica’, affollata da negozi di cianfrusaglie e paccottiglie turistiche – che per la verità stanno pericolosamente invadendo anche Monte). Si tratta di un’esperienza assai valida che prosegue ancora oggi: isolati sul Titano per alcuni mesi all’anno, allievi selezionati, provenienti da tutto il mondo, seguono corsi tenuti da docenti di altissimo prestigio internazionale. Un modello che potrebbe essere replicato a Monte Sant’Angelo, con il coinvolgimento di varie università e di un comitato scientifico internazionale: ovviamente si dovrebbero recuperare risorse adeguate per sostenere un progetto di tale livello, anche attraverso progetti europei.

In sintesi, la strada da seguire è quella della cultura, della valorizzazione del paesaggio e dell’ambiente, dell’alta formazione, dell’innovazione. È questa è la ‘via maestra’ per Monte Sant’Angelo (e anche per l’intera Capitanata): è una strada più difficile, impervia, che richiede coraggio, creatività, sistematicità, professionalità, condivisione, ma è una strada certamente più promettente, che spero si voglia e si sappia percorrere, con progetti seri e con persone competenti.

Articolo pubblicato in L’Attacco, 8.10.2013, pp. 1, 21

Rispondi